Intervista per il Trinacria Bonsai Forum-22/06/2007

Cari amici,
penso che sia una fortuna avere tra noi ( ed in qualità di moderatore!) un personaggio blasonato come Nicola Crivelli. Bonsaista ai vertici del panorama europeo, Nicola ha il grande merito di mescere in sè una duplice anima: Oriente ed Occidente in lui sembrano potere convergere e mescolarsi in quel substrato culturale e geografico mitteleuropeo che lo caratterizza.
Come molti sapranno, viene ritenuto uno dei maggiori esperti di cultura bonsaistica giapponese sia per la scuola frequentata sotto la direzione di MR. Suzuki sia per i viaggi fatti in Oriente.
Penso possa essere dunque di utilità comune invitarlo ad esprimerci il suo parere su questi due mondi che sembrano avvicinarsi sotto la spinta della comune passione. L’intento sarà quello di provare a capire cosa si può provare, da europei, ad entrare profondamente in contatto con un modo di fare bonsai diverso e, a quanto si dice, profondamente impregnato del proprio modo di intendere la vita.


NC– Prima di tutto, ringrazio Emanuele e Ignazio per l’opportunità che mi danno di esprimere il mio modo di intendere il Bonsai.

Sono un neoistruttore della Scuola d’Arte Bonsai, e dopo otto anni di studio con il Maestro Hideo Suzuki, inizio ora a raccogliere i frutti del mio impegno.
Il Maestro Suzuki, è forse l’unico professionista giapponese che insegna il Bonsai ad occidentali in modo chiaro, per gli occidentali. È una persona che ti offre tutto il suo sapere, nel senso che non devi “rubare il Mestiere” come accade spesso con altri Maestri Giapponesi, molto criptici.

EA– Parto subito con la prima domanda, cosa ti ha più incuriosito del modo di fare bonsai dei giapponesi? Spiegandomi meglio mi chiedo quale sia, a tuo avviso, la reale distanza (se presente) che rende così affascinante il modo orientale di intendere e valutare le piante in miniatura.

NC– Il Giappone è un paese molto affascinante, con una cultura molto diversa dalla nostra, che prende ispirazione dalla vicina Cina, e si è poi sviluppata autonomamente negli anni in cui si è isolata dal resto del mondo.
Per comprendere questa cultura, ho iniziato ad interessarmi anche ad altre forme d’arte tradizionali, come l’Aikido e lo Shodo. In tutte queste arti si lavora su se stessi; il risultato è poi una conseguenza del nostro impegno.
Come dice Suzuki, migliorando la pianta, migliora anche il Bonsaista.


La storia del Bonsai in Giappone, non è così millenaria come si pensa. Il bonsai come lo conosciamo ora è il frutto del 20° secolo.
Guardando i primi cataloghi (anni 30) della più grande e importante esposizione giapponese, il KoKuFu Bonsai Ten, si vede la differenza tra queste piante e quelle attuali. Sui relativi cataloghi si può ammirare l’evoluzione di questi esemplari famosi presentati all’esposizione, spesso ogni quattro anni.
Non dico che in Giappone prima non ci fossero Bonsai, ma la grande perfezione tecnica giapponese è frutto di questi ultimi trent’anni.
Questa perfezione, raggiunta dai giapponesi, forse è anche una conseguenza dell’attenzione, da parte dell’occidente, verso questa affascinante Arte.

Tornando alla domanda, il mondo Bonsai giapponese, è suddiviso in vari settori.
In genere, un bonsai in Giappone, per essere apprezzato, deve avere molti anni di coltivazione, Mochikomi.
All’inizio, come da noi attualmente, venivano usati materiali Yamadori (materiale raccolto in montagna). Poi, come probabilmente accadrà anche da noi, gli Yamadori iniziarono a scarseggiare.
Ora un settore molto importante del bonsai giapponese, sono i coltivatori.
In genere si tratta di vivai a conduzione famigliare che si specializzano nella coltivazione di una particolare essenza. C’è chi coltiva i pini da seme o ginepri o aceri, etc.
Creano i materiali che saranno usati dalle generazioni future per fare bonsai.
Spesso si trovano materiali di pino pentaphilla da seme, coltivati in vaso da trenta o quaranta anni; immaginate quante generazioni hanno lavorato questo materiale. Queste lavorazioni sono effettuate con il solo intento di creare un buon materiale, senza pretese artistiche, che si presteranno a varie interpretazioni.

Un altro settore è quello dei Maestri.
Anche loro solitamente si specializzano su una particolare essenza.

Ci sono Maestri che lavorano solo materiali molto vecchi e importanti e che danno a piante già super il tocco finale.
Piante molto famose passano da Maestro a Maestro nel corso della loro esistenza, acquistando pregio e notorietà.
È molto importante il concetto di Wabi-Sabi, caro alle arti giapponesi.

Ci sono altri Maestri che lavorano, un po’ come facciamo noi, impostando materiali grezzi.
Anche loro lavorano per il futuro; Suzuki dice spesso che per fare un Bonsai in questa maniera ci vogliono almeno tre impostazioni.
Il Maestro Kimura, che è noto per creare dei capolavori in poco tempo, dopo l’impostazione principale, prepara la pianta per una decina d’anni, prima di portarla al Kokufu.

Un’altra categoria molto importante è quella dei collezionisti. Le piante al Kokufu, difatti, non sono dei Maestri o dei coltivatori, ma dei collezionisti, che investono nel Bonsai, come da noi si investe in opere d’arte.

EA– Nelle tue piante si vede spesso qualcosa che manca in quelle occidentali, parlo prevalentemente di armonia! C’è qualcosa che vedendole fa pensare, questa non è europea perchè ha qualcosa di diverso, meno coreografica forse ma più … Cosa ritieni che in assoluto ti abbia dato lo studio con il maestro Suzuki?

NC– Prima di iscrivermi ai corsi di Suzuki, praticavo già il bonsai da una decina di anni da autodidatta. Seguivo un club locale, libri e riviste.
Lavorando da soli si finisce per ripetere sempre gli stessi errori. Ad un certo punto si affievolisce anche l’entusiasmo, e come spesso accade si cambia hobby.
È stato circa al mio decimo anno di bonsaismo che ebbi la fortuna (ringrazio mia moglie che mi ha spronato) di andare in Giappone con il gruppo degli studenti di Suzuki.
La visita del Giappone come dico spesso ti cambia.
Ora, con il bonsaismo Italiano al top, capita anche in occidente di vedere Bonsai Master; tuttavia, per me, lo scontro con il bonsai giapponese in carne ed ossa, fu uno shock. Pur avendo già visto molte di queste piante in foto, dal vero sono tutta un’altra cosa.
In più la cura dei dettagli, i vasi invecchiati, il mochikomi applicato a tutto. L’allestimento in Tokonoma con elementi d’accompagnamento super raffinati, danno sicuramente al Bonsai un valore in più.

In seguito, ho deciso di iscrivermi alla scuola del Maestro.
Una cosa per me importante, nel frequentare i corsi con Suzuki, è di “dimenticare” ciò che si è appreso in precedenza. È sì importante avere una propria esperienza, ma è altrettanto importante non farsi bloccare da convinzioni radicate, spesso non corrette. Altrimenti si rischia di iniziare la scuola con le proprie idee e uscirne come si è entrati, senza evolvere.

Nel primo livello (quattro sessioni di tre giorni) Suzuki tratta tutti gli stili Bonsai.
Tutti pensano di conoscere gli stili bonsai, per averli visti raffigurati su libri di tecnica bonsai. Ma vi posso assicurare che nessuno di questi libri, disegni o spiegazione riesce a cogliere la sintesi, il carattere, essenzialità dello stile: le famose regole, posizione dei rami, partenza del tronco dal terreno, il ritmo, lo spazio, i vuoti e i pieni, la tipicità dell’essenza.

Un mito da sfatare è che un bonsai, debba avere per forza il tronco grosso con una conicità molto marcata. La bellezza di un bonsai non sta nelle sue dimensioni.
Nemmeno tutti i Bonsai con tronco snello, sono bunjin.
Vedo spesso, impostare i rami di tutte le essenze, come se fossero delle conifere, le latifoglie invece devono avere un portamento da latifoglie dove i rami crescono verso l’alto, anche negli esemplari più vecchi. Quindi le conifere devono avere un portamento da conifere, i pini da pini, i ginepri da ginepri.

Sono piccole cose ma fanno la differenza.

EA– Qualcuno sostiene che si debba sempre avere il coraggio di ascoltare tutti, anche quelli apparentemente meno sapienti. Cosa pensi che l’Oriente bonsaisticamente dovrebbe apprendere dall’Occidente?

NC– Suzuki dice spesso che quando torna in Giappone, dopo tre mesi di corso è come se avesse lavorato migliaia di piante, le nostre (anche se non ci mette quasi mai la mano).
Lui stesso non finisce mai di imparare, sulle nostre piante e sul nostro modo di vedere il Bonsai, conoscendo ed apprezzando le nostre essenze.

Una cosa di cui mi sono reso conto è che molti Maestri giapponesi non hanno più l’esperienza di lavorare Yamadori, essendo in Giappone ormai molto rari.
Loro impazziscono quando vedono i nostri Yamadori.

EA– Ognuno ha i propri scheletri nell’armadio, cosa nasconde di meno bello il paese del Sol Levante?

NC– Il Giappone è il paese delle contraddizioni, ha raggiunto vette di eleganza e raffinatezza, ha sviluppato concetti filosofici ineguagliabili. Ma ha anche molti scheletri nell’armadio, ho visto in una trasmissione di cucina in Giappone, tagliare una carpa a fettine mantenendola ancora viva, in maniera molto elegante e raffinata.
Lo stesso Bonsai spesso suscita reazioni discordanti, in questo caso il compito è nostro, siamo noi che facciamo il Bonsai che dobbiamo dare il buon esempio. Certe volte anche dalle nostre parti e sui forum si vedono lavorazioni al limite dell’accettabile.
Molto spesso il principiante, (e non solo) si sbizzarrisce in creatività Bonsai a scapito della salute o addirittura la vita della pianta.
Il Bonsai è seguire il ritmo della pianta, ascoltare la sua risposta, in armonia con la natura.


EA– Attualmente il Giappone è in assoluto primo in un ranking mondiale, quale passo ti aspetti dai bonsaisti nostrani per tentare di eguagliare questo gap?

NC– In Giappone, il bonsai, è prima di tutto uno status symbol, è molto apprezzato da industriali e intellettuali, in quanto rappresentativo della cultura tradizionale.
Chiaramente non è un passatempo per tutti, penso che a livello amatoriale, il bonsai sia più diffuso in Occidente che in Giappone.
È molto difficile trovare giovani giapponesi che s’interessino al bonsai, se non devono, per forza, continuare l’attività tradizionale di famiglia.

Se seguite o avete visto Manga (fumetti) e Anime (disegni animati Giapponesi), vi sarete accorti che c’è un “genere” per ogni sport o hobby.
Non mi è mai capitato di vedere una serie dedicata al bonsai. Una volta, come scenografia, in Akira il celebre Manga e film di Katsuhiro Otomo, ho visto un mega Bonsai esposto nell’atrio di un palazzo Governativo.
In un altro Manga molto popolare, il protagonista viene trasformato in vecchio da un incantesimo, nella vignetta successiva lo si vede lavorare un piccolo Bonsai.
In Giappone il bonsai amatoriale è un hobby per pensionati.
Da noi il grande boom commerciale del bonsai di massa, oltre all’aspetto negativo, ha avuto il pregio di diffondere negli anni 80 la conoscenza di questa arte. Oggi, il bonsai amatoriale, anche se inferiore di numero, si è molto elevato in qualità, grazie a Maestri, Istruttori, scuole e collezionisti.
Una cosa che a noi forse manca ancora, ma sta arrivando, piano piano, è la maturità degli esemplari, i famosi dieci o venti anni di Mochikomi. 


EA– C’è la convinzione che il bonsaismo italiano sia alle prime posizioni a livello europeo, da cittadino mitteleuropeo come giudichi questa idea e cosa pensi che in Italia debba essere migliorato?

NC– Effettivamente anch’io penso che l’Italia abbia raggiunto un alto livello nel Bonsai Internazionale.
Io bonsaisticamente sono cresciuto con il bonsai Italiano, leggendo riviste e frequentando bonsaisti Italiani.
Da quasi venti anni seguo l’evoluzione del Bonsai Italiano, essendo straniero, vedo tutto dall’esterno, senza farmi coinvolgere da scissioni, alleanze e rivalità tra correnti e scuole. Sono iscritto all’UBI e alla Nippon Bonsai Sakka Kyookai Europe, ho partecipato a Workshop con Invernizzi e Savini, e ho intenzione di farne con altri esponenti del Bonsai Italiano ed Internazionale.
Come si diceva sopra, non si finisce mai di imparare.
Trovo anche molto interessante la varietà di correnti esistenti nel bonsaismo italiano, anche in Giappone del resto non esiste un solo modo di fare Bonsai, ogni Maestro ha il suo stile e preferenze. 

Grazie mille per la disponibilità,
Emanuele Amodio.

http://www.trinacriabonsai.com/forum/topic.asp?TOPIC_ID=200

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